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mercoledì 14 settembre 2016

L'"educazione all'uso dei social" è victim blaming



Parlare di educazione all'uso consapevole dei social network in casi di bullismo equivale a dire che la vittima se l'è cercata. Si imputa alla vittima un comportamento inconsapevole e "a rischio" invece di focalizzarsi sui comportamenti, quelli sì, insensati e antisociali degli aggressori. 

Non è la vittima a doversi nascondere, sono gli aggressori a dover essere messi sotto i riflettori. In questo modo accettiamo che un comportamento non conforme alla morale di massa sia una giustificazione causativa  di una reazione violenta. Al contrario è il bullismo di massa, come reazione a un comportamento, qualsiasi esso sia, a dover essere rieducato.

Occorre un'educazione alla libertà e al rispetto, alla libertà e al rispetto del corpo e delle relazioni. Al rispetto della persona, delle diversità e anche della fragilità. 

Non sono io a dover imparare a non postare le mie chiappe su Instagram. Sono gli altri a sapere che quella foto non è a loro disposizione per farci quello che vogliono. Soprattutto non è a loro disposizione per giudicarmi e danneggiarmi.

Certo, per noi che ci crediamo persone digitalmente allitterate, coscienti e consapevoli è facile puntare il dito sulle vittime: "Ma. Signora mia, come si fa a postare un video hard e non temere le conseguenze? Lo sai bene che nell'epoca dell'internet il diritto all'oblio non esiste." Sciocchini quelli che non ne sono consapevoli. Mica come noi.

Non ci rendiamo conto che così torniamo (ci siamo mai mossi?) alla società in cui se una donna mette una minigonna e fa tardi al sera allora può essere stuprata. All'idea che una donna può essere giudicata e denigrata per i suoi comportamenti sessuali, per le sue frequentazioni. Perchè se ostenta è puttana, va punita. Invece noi bravi borghesi dobbiamo tutelarla. Non si sa comportare, va educata.

In fondo, nel nostro paese, la donna deve essere santa, mamma e moglie, soprattutto deve conoscere il suo posto e restarci. E fuori c'è un branco infinito disposto a punire chi devia dalle regole.
Parlare di educazione all'uso dei social è colpevolizzare le vittime. Educhiamo piuttosto i carnefici. Educhiamo al rispetto i sessuofobi, i moralisti, i bulli che hanno bisogno della violenza per affermarsi (nel mondo virtuale come in quello reale). Diciamo a loro, non alle vittime, che così non si fa. Che il loro comportamento è inaccettabile.

Educhiamo i mezzi d'informazione a non strizzare l'occhio a non-notizie, a censurare certi commenti, a non corteggiare le risse social, a non dare spazio al bullismo.

Educhiamo noi a riconoscere le vittime quando sono tali e a includerle in zone protette in cui possono trovare supporto vero, non lo stesso stigma sociale che subiscono dai bulli dei social, solo in versione più "polite".

L'"educazione all'uso dei social" è victim blaming



Parlare di educazione all'uso consapevole dei social network in casi di bullismo equivale a dire che la vittima se l'è cercata. Si imputa alla vittima un comportamento inconsapevole e "a rischio" invece di focalizzarsi sui comportamenti, quelli sì, insensati e antisociali degli aggressori. 

Non è la vittima a doversi nascondere, sono gli aggressori a dover essere messi sotto i riflettori. In questo modo accettiamo che un comportamento non conforme alla morale di massa sia una giustificazione causativa  di una reazione violenta. Al contrario è il bullismo di massa, come reazione a un comportamento, qualsiasi esso sia, a dover essere rieducato.

Occorre un'educazione alla libertà e al rispetto, alla libertà e al rispetto del corpo e delle relazioni. Al rispetto della persona, delle diversità e anche della fragilità. 

Non sono io a dover imparare a non postare le mie chiappe su Instagram. Sono gli altri a sapere che quella foto non è a loro disposizione per farci quello che vogliono. Soprattutto non è a loro disposizione per giudicarmi e danneggiarmi.

Certo, per noi che ci crediamo persone digitalmente allitterate, coscienti e consapevoli è facile puntare il dito sulle vittime: "Ma. Signora mia, come si fa a postare un video hard e non temere le conseguenze? Lo sai bene che nell'epoca dell'internet il diritto all'oblio non esiste." Sciocchini quelli che non ne sono consapevoli. Mica come noi.

Non ci rendiamo conto che così torniamo (ci siamo mai mossi?) alla società in cui se una donna mette una minigonna e fa tardi al sera allora può essere stuprata. All'idea che una donna può essere giudicata e denigrata per i suoi comportamenti sessuali, per le sue frequentazioni. Perchè se ostenta è puttana, va punita. Invece noi bravi borghesi dobbiamo tutelarla. Non si sa comportare, va educata.

In fondo, nel nostro paese, la donna deve essere santa, mamma e moglie, soprattutto deve conoscere il suo posto e restarci. E fuori c'è un branco infinito disposto a punire chi devia dalle regole.
Parlare di educazione all'uso dei social è colpevolizzare le vittime. Educhiamo piuttosto i carnefici. Educhiamo al rispetto i sessuofobi, i moralisti, i bulli che hanno bisogno della violenza per affermarsi (nel mondo virtuale come in quello reale). Diciamo a loro, non alle vittime, che così non si fa. Che il loro comportamento è inaccettabile.

Educhiamo i mezzi d'informazione a non strizzare l'occhio a non-notizie, a censurare certi commenti, a non corteggiare le risse social, a non dare spazio al bullismo.

Educhiamo noi a riconoscere le vittime quando sono tali e a includerle in zone protette in cui possono trovare supporto vero, non lo stesso stigma sociale che subiscono dai bulli dei social, solo in versione più "polite".

mercoledì 22 luglio 2015

Le "colpe" dei femminismi




Premessa
Spesso mi capita di essere lapidaria, soprattutto quando immagino di condividere dei contesti, per cui spesso mi capita di essere fraintesa. E' abbastanza normale quando si scrive in assenza di conoscenza dei contesti, come nel caso dei social network.

Svolgimento
A proposito della sentenza di appello di un processo per stupro a Firenze (qui se volete fare un viaggio nella merda leggete qui), in una discussione su twitter, mi sono trovata ad essere lapidaria e a dire che la colpa di sentenze del genere è dei femminismi (nel senso che non hanno inciso culturalmente abbastanza nel profondo).

Sono stata, giustamente, bacchettata.



Approfitto qui per provare a spiegare il mio pensiero.

1) Il femminismo, fino al culmine negli anni 70, è riuscito a portare il discorso sulle libertà personali e sulle relazioni sulla scena pubblica e ha raggiunto livelli molto alti di dibattito, riuscendo ad imporli a tutta la società. Non voglio semplificare troppo, ma possiamo dire che nuovo diritto di famiglia, divorzio, aborto, contraccezione sono frutto del femminismo.
2) La cosa più importante, secondo me del discorso femminista, era quello di abbattere il confine tra sfera pubblica, tradizionalmente riservata agli uomini, e sfera privata, delle donne. Un discorso solo proiettato all'esterno non era più accettabile, la rivoluzione doveva partire dalle relazioni, in primis uomo/donna e poi tutte le altre (per capirci, senza che partiamo per tangenti, pensate a che rapporti avevano le nostre nonne coi nostri nonni, prima di tutto questo).
3) Il risultato sono state non solo le trasformazioni legislative ma anche un embrione di nuova società. O meglio, di cosa significava costruire una nuova società.
4) Poi c'è stato il riflusso dei movimenti. Per strada non c'era più nessuna e nessuno. Moltissime donne hanno continuato a fare politica nei consultori, in piccolissimi spazi come le case della donna, ma questi spazi non hanno saputo rinnovarsi e le frequentazioni si sono sempre più assottigliate e le iniziative sono diventate sempre più autoreferenziali.
5) Le femministe, cosiddette storiche, hanno lasciato la strada e sono diventate professoresse universitarie, giornaliste, vips del jet set (ancora semplifico). Così, con le strade vuote, le istanze di liberazione (della società, non della donna) hanno perso il contatto con la realtà.
6) Dagli anni 80 (e sì anche dall'imporsi della televisione commerciale, ma questa è un'altra storia) i femminismi sono diventati "femmine pelose vs donne bone della tv" oppure un esercizio accademico (con tutte le rivalità tipiche del mondo accademico) .
7) Ma soprattutto il femminismo è diventato una cosa da donne. Paradossalmente, proprio le femministe hanno deciso di chiudere quel dialogo col reale e decidere di rinchiudersi nel privato.
8) Con il berlusconismo, le femministe, che erano rimaste chiuse nei salotti per oltre 20 anni, hanno tirato fuori dall'armadio il loro armamentario culturale e lo hanno scaraventato sulla scena pubblica senza una riflessione sociale profonda e, forse, senza rendersi conto che la maggior parte della società era rimasta indietro e aveva dimenticato le idee di liberazione e emancipazione (o magari lo sapevano ma se ne sono fregate).
9) Perdendo la parte "rivoluzionaria", il femminismo si è imposto nel discorso pubblico come censorio, normativo, sostanzialmente borghese. Gruppi come "Se non ora quando" non hanno avuto la capacità di andare oltre una semplice rivendicazione di "rispetto" e "quote rosa", unita alla critica del corpo.
10) Io non dico che le femministe, anche quelle storiche, davvero la pensino così. Dico che non sono state capaci di tenere aperto un canale di comunicazione con le loro figlie e nipoti. Hanno scelto di abdicare il loro ruolo rivoluzionario preferendo le dispute accademiche.
11) Noi figlie e nipoti abbiamo dovuto ricominciare quasi d'accapo con i maschi (ma anche le altre donne) con cui siamo entrate in relazione. Ci siamo inventate altre strade e altre alleanze, come quella coi movimenti queer, ma le nostre nonne e madri ci hanno aiutato poco. 

Cosa c'entra questo con le reazioni alla sentenza di assoluzione allo stupro di Firenze?
C'entra.

C'entra perché non l'assoluzione ma le motivazioni dimostrano che il discorso di liberazione della donna è stato dimenticato, le donne, le ragazze sono -di nuovo- relegate a un determinato ruolo sociale. Si ritiene legittimo giudicarle in base alle loro preferenze o comportamenti sessuali.
C'entra perché in tutta questa storia non c'è la minima messa in discussione della cultura dello stupro e della sopraffazione. Il maschio si sa che è cacciatore, si sa, le femmine sono la preda. O fai Santa Maria Goretti o sei colpevole.

C'entra perché nella società che stavano costruendo le femministe, la questione non erano le quote rosa ma le relazioni sociali, personali e anche economiche, ma non solo.

C'entra perché, l'ho già detto, le femministe hanno abdicato questa lotta e hanno permesso che si tornasse indietro, come se quelle istanze non fossero mai esistite nella realtà.

martedì 23 giugno 2015

L'assassinio di Ciro Esposito è un fatto politico e l'assassino è un fascista


Quello di Ciro Esposito è un omicidio politico.  Forse il movente dell’assassino non era politico, ma è diventato un omicidio politico un istante dopo che il fascista De Santis ha sparato.
E non è omicidio politico perché il movente sarebbe riconducibile al razzismo antinapoletano. Sappiamo bene quanto questo sia una questione tra tifoserie (anche se le origini e le radici dello sdoganamento del sentimento anti napoletano andrebbero indagate). 
L‘assassino di Ciro diventa questione politica l'istante dopo lo sparo di De Santis. 
Quando il movimento antifa si stringe attorno alla famiglia di Ciro. Quando iniziano le inchieste per svelare al grande pubblico (a quei lettori di Repubblica che certe cose non le sanno perché nessuno glie le racconta) chi è  De Santis e quali sono le sue reti
Quando movimenti e amici di Ciro scendono in piazza con parole d'ordine chiare. Per chiedere verità e giustizia. Non dimenticare Ciro.   
La dimensione politica  diventa più evidente quando compaiono le foto degli “amici di Danielino” con il loro apparato di simboli fascisti nella curva della Roma. Si rivendica un’appartenenza al neo fascismo, e in virtù di quella appartenenza si rivendica solidarietà. 


Io non riesco a derubricare questo come un fenomeno da stadio su cui fare finta di niente. E’ un segnale. Alcuni attivisti antifascisti lo colgono.
Il nesso politico è ancora più evidente con la saldatura dei fascisti romani e napoletani nell’esprimere solidarietà all’assassino col pretesto di attaccare la mamma di Ciro.

Ancora una volta il bersaglio è una mamma. Una donna che non vuole rassegnarsi alla morte assurda del figlio, che chiede e fa di tutto per non dimenticare diventa il bersaglio dei fascisti, uniti.  
La coordinatrice di CP Napoli

Infine, dire che Ciro è morto perché era un ultras è come dire che Stefano Cucchi è morto perché era drogato. Ed è contro questa semplificazione giustificatoria  che la famiglia e gli amici di Ciro, assieme ai movimenti antifascisti non si rassegnano e continuano a tenere alta l’attenzione.
Dalla morte di Ciro sono nate due forze opposte: 1) la saldatura dei fascisti romani e napoletani (che forse come tifoserie si odieranno, ma quando si tratta di fare politica sanno bene da che parte stare), e 2) lo stringersi attorno alla madre di Ciro, la spinta al calcio popolare, la voglia, buonista, sì, forse, di riscatto di Scampia, e la consapevolezza che l’omicida è fascista ed è proprio per questo per avere verità e giustizia, per non permettere l’ennesimo insabbiamento, bisogna lottare collettivamente.
Ed è per questo che l'omicidio di Ciro Esposito è politico.

p.s. io di calcio sono ignorante. I commenti delle persone più esperte sono benvenuti.

p.p.s leggete l'ultimo link. 


domenica 12 ottobre 2014

La rappresentazione mediatica delle donne combattenti curde

Il testo sotto è la mia traduzione di un post di Dilar Dirik  dal sito kurdishquestion.com. Il testo mostra bene come, ancora una volta, le donne siano un campo di battaglia per la guerra, in questo caso mediatica. Il post si concentra sulla propaganda mediatica turca e iraniana, mirata a screditare le donne combattenti e sull'orientalismo paternalista dei media occidentali. A quanto scritto sotto, vorrei aggiungere anche un altro aspetto della rappresentazione mediatica delle donne combattenti, non affrontato in questo post: la tendenza voyeristica e ammiccante che c'è da parte di molti media occidentali. Nelle foto, nei servizi, si sposta continuamente l'obiettivo alla ricerca la femminilità delle combattenti. Insomma, si tenta di "normalizzarle" sullo stereotipo femminile di cura e bellezza. Per me, anche questa normalizzazione è problematica e contribuisce a negare la portata rivoluzionaria della resistenza delle donne nella società. 
Warning: il post ha un po' un tono da propaganda, più che di analisi. 

Funerale di una combattente tratta da un articolo di NBC news

Negli ultimi due anni, nel pieno della guerra civile siriana, i curdi hanno preso il controllo del Kurdistan occidentale (Rojava) e vi hanno progressivamente stabilito strutture di autogoverno. Sin dal principio le donne hanno perso parte attiva alla rivoluzione del Rojava, grazie all'attivismo civile e politico. Ma quello che ha più colpito i media mainstream occidentali è stato il ruolo paritario delle donne combattenti. Queste donne, che combattono contro il regime di Assad e contro i gruppi jihadisti, hanno spesso sottolineato come la loro sia una guerra su più fronti: per la liberazione del popolo curdo e in quanto donne. Nonostante, da decenni, la presenza di donne combattenti sia un elemento naturale in Kurdistan, il mondo sembra accorgersi solo ora del ruolo delle donne nel movimento di liberazione del Kurdistan. In particolare di recente, il movimento delle donne ha stuzzicato l'immaginario dei media mainstream in vari modi generando stupore, orientalismo paternalista fino al sessismo vero e proprio.
Molti articoli sulle donne combattenti curde sono semplicistici, misogini, orientalisti, e a dir poco paternalisti. Invece di provare a comprendere la situazione in tutta la sua complessità, gli articoli spesso si limitano a fare affermazioni sensazionalistiche per far leva sullo stupore di chi legge per il fatto che "povere donne in Medio Oriente" possano essere addirittura delle combattenti. Così, invece di riconoscere la rivoluzione culturale rappresentata dalle azioni di queste donne, in una società altrimenti patriarcale e conservatrice, molti reporter decidono di usare categorie trite.

venerdì 8 agosto 2014

Micromaschilismi?/ 1


Situazione

Lei: C'è sto tale che mi perseguita, ogni volta che mi vede online mi contatta. E non capisce che mi dà fastidio. Mi ha persino avvisato che sarà offline per un paio di giorni perchè parte per un viaggio.

 Lui: Fatti portare un regalo!

 Lei: Anche no! :)

Lui: Sei una femmina crudele! LOL
 
---------
è un comportamento micro maschilista?
Se sì, perché? Se no, perché?

martedì 15 aprile 2014

"Adding injury to insult" vs "An injury to one is an injury to all"?

Sul blog dove è postato pare che i commenti possano essere solo dell'autore del post, e invece io voglio commentare. Così riporto sotto una riflessione e un commento sui movimenti e in particolare la manifestazione del 12A, e i giorni seguenti. Il terzo pezzo è il mio commento. E io sono completamente d'accordo in parte con entrambi. Nota: Qui i commenti sono aperti.

Adding injury to insult 

di @ginosansonetto
Recentemente mi è capitato di vedere su internet l'intervento di Rosi Braidotti ad un seminario, (qui l'indirizzo della prima parte del video http://vimeo.com/91305642) intitolato "Soggettività nomadi e vie di fuga postumane". Ad un certo punto Braidotti dice una cosa molto interessante, e cioè che tutti i grandi teorici maschi del comunismo, da Zizek a Badiou etc, hanno derubricato l'intero pensiero femminista a due note a margine dei loro discorsi, lamentandosi poi per la mancanza di pratiche alternative nei movimenti, quando questa rimozione è la causa della mancanza di esempi positivi cui attingere. "Adding injury to insult". Braidotti ragiona sull'importanza dell'immaginazione e della costituzione di nuovi immaginari e sulla salvaguardia della storia delle pratiche femministe, pratiche situate, non utopistiche e non slegate dalla concretezza dei rapporti tra persone. Questo discorso mi è venuto in mente riguardo le polemiche successive al corteo del 12 aprile a Roma. Sempre le stesse discussioni, ormai da anni, sull'efficacia di alcune pratiche nelle manifestazioni, sul rituale dell'immaginario bellicista e sull'idea che lo scontro militare (seppur richiamato per allusione simbolica) possa condurre a dei risultati pratici i movimenti. Mi chiedo, pur nella dovuta solidarietà ai compagni arrestati e picchiati in piazza, che senso possano avere oggi tutte le simulazioni di una potenza militare che non si possiede, oltre che, naturalmente, che senso possa avere lanciare parole d'ordine come quella dell'assedio ai palazzi di un potere che si individua nei palazzi romani dei ministeri vuoti di sabato pomeriggio. Credo che la risposta a questi interrogativi sia appunto nel cercare itinerari e percorsi di cui si è volutamente insabbiata la memoria e farla finita una volta per tutte con gli avanguardismi di un immaginario, quello bellicoso del leninismo degli anni 70, che avrà avuto pure la sua legittimità ma ora riproporlo diventa alquanto ridicolo. Non ho seguito in modo particolare le cronache del corteo romano, ma quelle poche foto che ho visto del blocco blu e dei caschi mi lasciano molto perplesso. Sarebbe pure ora di recidere il legame che abbiamo con alcuni gruppi della sinistra antagonista che stanno andando a sbattere contro un muro. Quantomeno non è più accettabile partecipare a queste scadenze nazionali con una parte di movimento che non vuole mediazioni con le pratiche degli altri gruppi ma poi rivendica l'unitarietà e l'internità di tutti i partecipanti al corteo alla loro impostazione. Non c'è il deserto oltre l'immaginario novecentesco del conflitto di piazza e dello scontro con il Potere, della presa del Palazzo d'Inverno etc. Questo è il punto, non c'è il deserto ma ci sono tante cose da apprendere dal passato e tante da immaginarne per il futuro.
Commento 
di @ellepuntopi
compagno presidente, questa mia mozione contraria non vuole essere assolutamente di sfiducia, anzi. lei però sa che fedele alla linea del caro leader nicolazzi ho maturato un approccio ecumenico alle questioni della base del partito, e il termine da lei utilizzato “recidere il legame” urta la mia visione politica. sulla simbologia vetusta e a tratti ridicola usata da certa gioventù del nostro splendido psdi siamo sempre stati d'accordo: la sua incapacità di emanciparsi da un immaginario novecentesco (quando ancora esisteva la fregna, ah che nostalgia a tratti che mi pervade) è certamente un percorso politico che rischia di infrangersi contro muri da essa stessa eretti. detto questo ritengo che questo suo intervento, all'indomani di una manifestazione di piazza in cui le forze del disordine hanno praticato una violenza inaudita, per citare un insigne teorico del psdi, sia abbastanza inopportuno, se posso permettermelo. mi è capitato per caso, mentre passeggiavo il mio cane dudù, di ritrovarmi in mezzo ai fatti ora narrati dalla cronaca. posso anche non condividere lo sterile “assalto” (dove le virgolette del simbolico si dissolvono in quelle della parodia) a luoghi vuoti che nemmeno più oramai simbolizzano il potere, ma le posso assicurare che in nome della prassi di nicolazziana memoria l'appunto più duro da fare sarebbe stato quello di non aver saputo tenere alla prima carica, prima ancora che l'avere sbagliato obiettivo. mi sembra infatti altrettanto improduttivo suddividere i comportamenti in base alla teoria che li accompagna, in un contesto dove la carica della polizia non si ferma in via veneto una volta disperso lo sterile assalto ai cieli di parigi, ma si ripercuote con la di cui sopra violenza inaudita contro quella parte di psdi che in piazza barberini attuava ben altre prassi, alcune proprio le medesime da lei compagno presidente indicate. non di risposta a immaginari sbagliati si è trattata la violenza poliziesca, ma di un proditorio assalto a tutte le prassi possibili e immaginabili presenti sulla piazza: questo è il punto. e all'indomani degli eventi di ulteriori divisioni in seno al già frammentato psdi non se ne sente il bisogno, a mio modestissimo avviso. devotamente suo, le comunico che il ricordo novecentesco della fregna non mi ha ancora abbandonato e che il cane dudù sta bene, nonostante una diarrea ben poco simbolica o immaginaria. 

Commento

di Io
Fuor di metafora, anche io quando ho letto Gino usare l'espressione "recidere il legame con alcuni gruppi della sinistra" ho fatto un salto sulla sedia. Eravamo lì, ancora una volta, a leccarci le ferite e l'idea di recidere mi è parsa istintivamente intollerabile, perché è dal 2001 che predichiamo contro i media che applicano la semplificazione buoni verso cattivi, che noi rifiutiamo. E' scattato l'automatismo (positivo) che riassumo come "an injury to one is an injury to all". Infatti, come si fa a non essere empatici con il racconto di Luca e del povero dudù sulle brutalità della polizia e tutti i dettagli militari su piazza Barberini, i lavori, via Veneto. E poi mi sono accorta che di nuovo avevo spostato il focus sull'aspetto militare. E allora no!

Invece io voglio chiedermi e chiederci: cosa vogliamo? Casa e reddito per tutt*. Sì ma più specificamente? Cosa ci spinge a mettere in gioco i nostri corpi in piazza? Pensiamo davvero che la piazza (quelle piazze, in quel modo) siano un modo produttivo di mettere in gioco i corpi? O non sono piuttosto la triste rappresentazione di una simulata presa del palazzo di inverno a cui siamo condannati in un eterno ritorno dell'immaginario?  (e mi riferisco alle analisi più che fantasiose fatte da rilevanti siti di movimento). E forse solo perché, pur riconoscendone i limiti, non si è disposti a metterlo in discussione? Perché non possiamo dircele queste cose? Perché dobbiamo "add injury to insult", dove ad essere injured (sfruttando il doppio significato) sono i corpi, ma ad essere insultate sono le intelligenze. Perché dobbiamo sempre dare per scontato che chi usa certe pratiche sono i veri rivoluzionari (al maschile volontariamente), mentre chi le discute è un* rompicoglioni, se non una nemica del popolo? Perché di pratiche queer si sente parlare nei salotti rivoluzionari, ma, gli stessi che ne parlano, in piazza non riescono ad uscire dagli schematismi che sento chiamare leninisti, ma che io non definisco così perché sarebbe nobilitarli troppo. E a me non pare che il prezzo che stiamo pagando a questa coazione a ripetere non vale la pena (anzi, addirittura toglie energie dagli obiettivi reali).

Io sono stanca di eroi ed eroismi. Se sono fini a se stessi ancora di più. E non sto negando che esista una rabbia sociale, ma, diciamolo, quella del 12 (e prima) non è espressione popolare di rabbia sociale è un'avanguardia che si dichiara come tale. Anzi, devo addirittura ricredermi sul 15O, dove uno scampolo di rabbia sociale si è espressa. Ma ancora di più, qual è il piano? Intercettare la rabbia per scatenare riot (che abbiam visto a Syntagma e a Taksim hanno breve durata, pur essendo, in quei casi, molto più esteso e cogente)?  E poi? Arresti, botte, forse morti. E poi? Poi si vede... No, da parte mia, preferisco costruire resistenze quotidiane, e per difendere quelle metto in gioco il mio corpo, non per fare a mazzate con la polizia per un palazzo di inverno vuoto.

venerdì 14 febbraio 2014

10 cose che pensano le femministe sul sesso





 

1.       Fare sesso è bello, lo puoi fare con chi vuoi, con quanti vuoi, come vuoi…

2.       Fare sesso è bello, ed è bello far sesso con chi ti piace

3.       Fare sesso è bello, ma se non ti va non c’è nulla di strano in te

4.       Fare sesso è bello, non ha bisogno dell’amore romantico

5.       Fare sesso è bello, non bisogna essere belle/i per far sesso

6.       Fare sesso è bello, ma se qualcosa non ti piace puoi dire no

7.       Fare sesso è bello, anche con se stesse/i

8.       Fare sesso è bello, le uniche cose strane o sbagliate sono quelle che non ti piacciono

9.       Fare sesso è bello, nessuno può insegnarti come si fa

10.   Fare sesso è bello, ma farlo per forza è brutto


Vi risparmio la riflessione sul perché queste sono cose rivoluzionarie... Voi fate un buon San Valentino! 


grazie @La_Geigia o @cutierudegirl -non ricordo più- per la foto